Carteggio Zubani
(1896-1921)

Zubani, Vincenzo

Nato a Marmentino il 6 agosto 1887, da Santo Zubani e Teresa Mazzoldi, primo di cinque figli, Vincenzo - chiamato in famiglia Cenzo - si trasferisce a Bergamo nel 1902, dove frequenta l'Istituto Tecnico Industriale. Bergamo è una città significativa per Vicenzo vuoi dal punto di vista professionale, sarà proprio il preside dell'istituto superiore cittadino, il professor Coppola, a procurargli il posto di lavoro in Sardegna; vuoi dal punto di vista personale, Vincenzo, infatti, qui conoscerà Teresa Pesenti, la compagna di una vita.

Terminati gli studi, grazie appunto all'interessamento del preside Coppola, Cenzo è assunto quale perito chimico presso la Società Mineraria di Ingurtosu (Cagliari), che nel marzo 1905, tramite telegramma, fa pervenire ai coniugi Zubani i biglietti del piroscafo per la traversata in prima classe da Livorno a Cagliari. "Con due valigie (non certo per passeggeri di I.a classe) - annota Teresa nel proprio diario - partimmo da Marmentino desolati per dover lasciare i parenti, ma contenti perché andavamo finalmente a costruire il nostro nido col lavoro del mio Cenzo".

Marmentino, Brescia, Bergamo, Milano, La Spezia, Livorno, poi Cagliari, San Gavino, Montevecchio e, finalmente, Ingurtosu: queste le tappe principali del loro viaggio.

Il borgo minerario di Ingurtosu, che misura una superficie complessiva di quasi 1500 ettari disposti nella regione sud-occidentale del comune di Arbus (Cagliari), era ed è tuttora adagiato sulle pendici della valle omonima, dove inizialmente si coltivarono i primi affioramenti mineralizzati. Sviluppatosi attorno al Pozzo Ingurtosu, ormai non più visibile, l'agglomerato urbano ricalca fedelmente le caratteristiche del tipico villaggio minerario, con la palazzina della Direzione, detta il castello, in posizione dominante e le civili abitazioni tutt'intorno. Una rigogliosa pineta protegge le case dalla calura estiva e dai venti invernali. L'arrivo ad Ingurtosu suscita nel visitatore un'emozione particolare, forse per la natura selvaggia del paesaggio in cui è inserito, forse per la testimonianza di una civiltà industriale europea, la cui eco, in queste valli, non si è ancora spenta.

Punta Tintillonis domina, dall'altezza dei suoi 609 metri, tutto il comprensorio minerario, da Casargiu a Naracauli, da Bau a Pitzinurri, da Pireddu a Gennamari, da Crabulassu a Tinacci, guardiano nel tempo dei ruderi degli antichi opifici industriali. Sia il villaggio, sia Pozzo Gal, ma anche la splendida chiesetta di Santa Barbara, l'ospedale, le laverie e le officine riposano silenziose custodendo gelosamente la storia degli uomini che vi hanno vissuto e lavorato, tra i quali Cenzo che qui vive e lavora dal 1905 al 1918.

In modo minuzioso questi anni, ricchi anche di momenti familiari importanti, come le nascite delle cinque figlie, Ippolita (Tina), Elisabetta (Mimma), Elvira, Itala ed Evelina (Evely), sono raccontati da Cenzo e dalla moglie Teresa in ampie lettere, fitte di eventi ed emozioni, indirizzate ai loro cari a Marmentino.

Terminata questa esperienza professionale, Cenzo rientra con la famiglia in Continente, precisamente a Milano, dove ricopre il ruolo di tecnico chimico-industriale in diverse imprese del Milanese e del Bergamasco nel corso degli anni Trenta e Quaranta.

Nel capoluogo lombardo Cenzo e Teresa trascorrono la loro vita fino alla morte sopraggiunta per entrambi nel 1962. Oggi riposano vicini presso il cimitero di Marmentino.

Pesenti, Teresa

Teresa Pesenti - moglie di Vincenzo - nasce a Madone (BG) il 30 luglio del 1882 «nella casa posta in via Serado al n. 6 da una donna che non consente di essere nominata» - scrive Teresa stessa nelle proprie Memorie - ed è abbandonata al brefotrofio di Bergamo, dove si decide di chiamarla Teresa Pesenti. Adottata da diverse famIglie bergamasche, terminata la scuola, lavora prima presso una filanda vicino all'Adda, quindi a Bergamo nello stabilimento di tessiture "Ottiker". Da questo momento - è il 1904 - la vita di Teresa si intreccia con quella di Vincenzo, compagno fedele degli anni a venire.

Zubani, Giuseppe

Alla storia si guarda spesso come a una scienza triste, capace di fornirci solo uggiose informazioni su guerre, paci, battaglie e priva di ogni autentico legame con le biografie di tutti i giorni, quelle dei semplici mortali, e non di re, regine e generali.

Una spontanea e seducente smentita a questa idea viene dalle lettere 79 lettere di Giuseppe Zubani - chiamato in famiglia Peppino -, conservate sia presso l'Archivio parrocchiale di Marmentino (Brescia) sia presso l'Archivio privato di don Carlo Consolati a Pralboino (Brescia).

Ogni lettera contribuisce a svelarci gli effetti dei processi e degli avvenimenti storici legati al primo decennio del XX secolo sui singoli individui, sulle loro intime modalità di percezione e di rielaborazione del vissuto. Come sostiene Hobsbawm, «quello che le persone comuni hanno pensato e fatto è tutt'altro che trascurabile: era in grado di influire, e ha influito, sulla cultura e sugli avvenimenti, e questo non è mai stato vero come nel XX secolo».

L'autore di queste lettere è Giuseppe Francesco Egidio Zubani, nato a Marmentino (Brescia) il 3 ottobre 1893 da Santo e Teresa Mazzoldi, allievo del ginnasio «Cesare Arici» di Brescia tra il 1906 e il 1911, quindi volontario del 27° Reggimento Cavalleggeri.

Le prime 61 lettere montano un teleobiettivo per mettere a fuoco la vita di uno studente agli esordi del Novecento: lo studio "in maniera straordinaria" e «con lena» si alterna a uscite scolastiche «in carrozza» o «in tram a vapore», rappresentazioni domenicali di «commedie» o «gioppini», feste solenni «in onore dell'Immacolata».

Non mancano acciacchi passeggeri alla salute, dai denti che «recano spasimo continuo» ai « grandi dolori nel trangugiare i bocconi» che fanno «allungare il collo come una anitra», malesseri a cui si pone rimedio il più delle volte «pigliando l'olio».

Dalle rimanenti 18 missive esce, invece, un profilo affidabile anche se sintetico della «vita militare» negli anni di poco precedenti lo scoppio della Grande Guerra. Sacrifici e solitudine: «chi scorda la famiglia è un bravo militare», ricorda spesso il tenente a Giuseppe, che ha per «amico» soltanto il proprio «cavallo»: «egli è il mio amico, a lui dò spesse volte il mio rancio giacché non mi piace troppo, con lui inizio l'avvenire della mia vita». Istruzione militare, un «pagliericcio» per dormire. Le giornate scorrono uguali e la salute di Giuseppe non è mai « florida», spesso in infermeria o a casa in malattia, così di frequente che nel 1912 viene messo in congedo.

Data la salute precaria, Giuseppe punta ad un posto tranquillo, da impiegato. Nell'aprile 1913 tenta il concorso per un posto all'Amministrazione delle Poste e dei Telegrafi e lo vince.

Sono questi i mesi, tra il 1913 e il 1914, in cui conosce Jeannette. Non si conosce il cognome di questa donna, si sa che vive a Milano e che si innamora perdutamente di Giuseppe. A riprova di ciò le oltre cento lettere inviategli nell'arco di pochi mesi, suggello dell'amore infinito per Peppino.

La prima lettera di Jeannette a Peppino è dell'11 aprile 1914: deve lasciare Brescia, «questa città che mi diè la gioia di conoscerla», e si domanda come sia nato «questo sentimento, questa simpatia». La risposta non c'è: «so una cosa solamente e gliela dico con tutta franchezza: il suo ricordo non mi lascerà un istante anche quando le sarò lontana».

Il giorno dopo Peppino le risponde e, dalla replica di Jeannette, sembrerebbe che voglia tirarsi indietro, ma Jeannette subito gli scrive: «E perché io dovrei soffocare quest'amore, perché io dovrò reprimere queste sentimento che ormai ha messo le radici nel mio cuore?». A chiusa della lettera, una richiesta: la copia del suo bel musino. Giuseppe non l'accontenta subito, lascia passare quasi un mese. Ecco allora una gioia grande che innonda il cuore di Jeannette: «stamane quando l'ho ricevuto, ho pianto di gioia e ho coperto di baci quell'effige adorata. Peppino, se tu fossi vicino mi getterei fra le tue braccia e ti bacerei a lungo».

Le lettere si susseguono incalzanti, con una scadenza quotidiana da parte di Jeannette, più altalenante da parte di Peppino, che per questo motivo spesso è rimproverato: «Peppino carissimo, a dir il vero dovrei chiamarla cattivo per avermi lasciato due giorni priva di sue nuove: si capisce che il suo paesello natio l'ha assorbito completamente facendole dimenticare quell'anima lontana che vive minuto di minuto col pensiero suo, nell'attesa di un parola cara, affettuosa!»; oppure: «ti vorrei dare una tiratina d'orecchi». Jeannette gioca perciò d'astuzia, lascia Giuseppe per due giorni senza scritti. Tempestivo il disappunto di Peppino, ma anche la replica di Jeannette: è vero, «merito anche un rimprovero, ma volevo prima avere una tua lettera: ecco la ragione. Vedi la tua Jeannette quanto è puntigliosa! ».

La relazione tra i due amanti procede clandestina, tanto che molte lettere di Jeannette sono scritte in matita e di questo gli chiede «venia», ma del resto «scrivendo di nascosto è più comodo usare tal mezzo essendo più pronta a nascondere il foglietto allorquando qualcuno mi capita alle spalle».

Le lunghe lettere di Jeannette - che costituiscono il gruppo n. 4 del Carteggio Zubani per un totale di 98 manoscritti - si alternano a cartoline più veloci, piene di affetto, grande e sincero, intenso, immutabile, di tenerezze, di tutti i pensieri più affettuosi, di infinita tenerezza, nonché di ricordo affettuosissimo. Peppino è l'orizzonte di ogni giornata di Jeannette. Pensa a lui in ogni momento, prima di andare a coricarsi: «m'addormenterò col tuo nome caro sulle labbra, colla tua visione dolce!»; quando rincasa da scuola e prima di mettersi a tavola; mentre piove ed il tempo aumenta la tristezza che la opprime.

I giorni trascorrono veloci. Peppino, causa l'aggravarsi delle proprie condizioni di salute, è ricoverato presso una casa di cura cittadina, e Jeannette, fedele e preoccupata, gli sta amorevolmente vicino.

Ma la famiglia Zubani osteggia questa loro relazione. Le visite di Jeannette all'ospedale si fanno sempre più rade, così pure le sue lettere fino al giorno in cui Peppino muore. È il 6 giugno 1916 e da questo giorno Jeanette sparisce nel nulla.

Jeannette

Per quanto riguarda gli scarsi cenni biografici di Jeannette, si veda la biografia di Giuseppe Zubani Peppino.

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