32. Mattioli, Raffaele a Cecchi, Emilio

Milano (MI), 3 maggio 1961

Milano, 3 maggio 1961
Caro Cecchi,
[1] pu capitare a tutti, e non il caso di prendersela. Ma il Suo rincrescimento, creda, nulla in confronto al mio: la Sua collaborazione avrebbe fatto del De Sanctis uno dei pilastri della collezione, il simbolo e la testimonianza di una tradizione critica che nessuno oggi rappresenta meglio di Lei.
[2] Vedo peraltro - e ne traggo qualche malizioso conforto - che la rinnovata frequentazione con il De Sanctis L'ha contagiata di una certa "terronica" superstizione. Gli assegni, caro Cecchi, creda a me - experto crede Ruperto -, non hanno mai portato male a nessuno. Se un dubbio avesse potuto sfiorarmi in proposito, stia certo che non avrebbe visto un centesimo sino alla consegna del manoscritto! Io son "terrone" di origine.
Non diamo dunque la colpa alle stelle: Don Ferrante ne morto, e noi invece, facendo gli opportuni scongiuri, vogliamo vivere ancora molti anni!
Cordialmente Suo

Prof. Emilio CECCHI,
corso d'Italia 11,
Roma


Copia carbone di dattiloscritto. Milano, Centro Apice, Corrispondenza, 28.
Lettera di 1 c., solo recto.