305. Della Rovere, Francesco Maria a Sacro Collegio dei Cardinali

Senigallia (AN), 21 febbraio 1517

Reverendissimi. [1] Domini mei, etc. Io mi sono persuaso sempre, che la fortuna, la quale così lungamente mi ha perseguitato, et posto in tanti pericoli, non habbia però mai havuto forza di mettermi in disgratia delle Signorie Vostre Reverendissime, et farmi gli animi loro nimici; anzi son ben certo, che elle sempre m'habbiano havuto compassione, et sonsi dolute delle mie disgratie. [2] Et io in tante ruine non ho sentito refrigerio alcuno, se non la opinione fermata tra me stesso, che cotesto sacro Collegio, giudicasse ch'io non fussi degno in modo alc.o di tal persecutione. [3] Però essendoli io humiliss.o servo, et ubidiente, come sempre sono stato, et sarò fin che mi duri la vita, mi tengo obligato a render loro conto d'ogni mia attione, et escusarmi di quello, di che forse da i malevoli miei io potessi essere imputato appresso le Signorie Vostre Reverendissime, nelle quali ho posto la speranza d'ogni mio presidio.
[4] Penso adunque, ch'elle havranno inteso questo mio novo movimento con genti verso lo stato mio: il che è causato non da voler disturbare, né travagliare le cose della Chiesa, né esserle mai molesto in parte alcuna; ma più tosto per appellarmi alla giust.a divina del torto fattomi, et commettere la vita mia all'onda della fortuna, la quale in q.to caso spero che sarà ministra di Dio, et egli la governerà con la briglia della ragione di modo, che sì come la mia innocentia è nota al cospetto di sua divina Maestà così sarà ancor manifesta a tutto il mondo.
[5] Et con q.ta confidentia mi muovo, non per temerità, o presuntione che ben posso esser certissimo, che non che le mie forze, le quali hora son quasi nulle, ma né ancor quelle di qual sia grandiss.o Re, non basterieno per resistere alla potentia di Nostro Sig.re, collegato con tutti i potentati, et Re Christiani. [6] Ma Dio, che è Re dei Re, et può ogni cosa, potrà ancor soccorrere me in questa calamità, et così spero sarà mio difensore perché esso, il quale vede l'intrinseco de' cuori de gli huomini, sa, che niuna altra via, né di riposo, né pur di vita, mi era restata. [7] Però che essendomi ridutto in Mantua appresso l'Ill.mo Sig.r Marchese mio suocero, et quasi postomi volontariam.te in prigione; havendo perduto tutte le fortezze dello stato, et quanto io teneva al mondo, et volendo ancor promettere a Nostro Sig.re di non innovar cosa alcuna nello stato mio, per disturbarne il Nipote, a cui Sua Santità l'haveva dato, ma solam.te desiderando di vivere, mai non ho potuto ottenere, che le censure mi sieno levate; anzi sempre contra me sono usciti nuovi, et acerbissimi interdetti, et espressi commandamenti all'Ill.mo Sig.r mio suocero et Padre, che non mi tenga nello stato suo.
[8] Et oltre a ciò ogni dì mi si sono scoperte insidie di veneno, et di ferro, le quali tutte attribuisco a' i miei malevoli, non alla Santità di Nostro Sig.re, che so bene essere impossibile che con la clementia, et bontà sua fosse congiunta una così ardente sete del sangue mio, et una così perfida ingratitudine contra di me, dal quale (lasciando le cose più vecchie, che facilm.te si scordano) sua Santità, et tutti i suoi hanno ricevuti infiniti beneficij in quei tempi, che la casa sua era ne' termini, in che hora ha posto me.
[9] Ma quelli, che hanno procurato, et tutta via procurano la mia ruina, procurano ancora l'infamia di Sua Santità; et credendo lor quella tanto, come fa, a me era necessario, per vivere, di andare in Turchia. [10] Et pareami estremo opprobrio de' Christiani, et della Chiesa di Dio, che tra gl'infedeli si sapesse, che un Papa, il quale è Vicario di Christo, perseguitasse così acerbamente, et senza altra causa, che per cupidità di dominare, le reliquie del predecessor suo, et massimamente d'un tanto benemerito della Repubblica Christiana, quanto è la santa mem.a di Papa Giulio.
[11] Sforzato io dunque da queste cause, mi son posto a venire verso casa mia, con opinione che, se ben la morte me ne seguisse, non me ne debba seguire almeno infamia. [12] Che se a Sua Santità, essendo ecclesiastica, con istimation grandissima, et con modo di vivere in dignità di Cardinalato, fu lecito far una tanta, et così crudel occisione in quella povera terra di Prato, per entrar nella patria sua, come cittadino, della quale egli era in esilio; molto più debba esser lecito a me, esule, non d'una Città, ma di tutta Christianità, et privo non che delle degnità temporali, ma quasi del vivere, et de' sacramenti della Chiesa, et del commertio de gli huomini in una così atroce persecutione, nella quale contra lo stato, et la vita, et l'anima mia, s'adoperano l'arme, et l'auttorità concessa da Christo a San Pietro per salute delle anime; essermi lecito, dico, cercar d'andare nella patria, della quale et per giud.o di tutti i miei popoli, et d'ogni altro, eccetto che di Sua Santità, sono legitimo signore.
[13] Supp.co adunque le Signorie Vostre Reverendissime per quella misericordia, che si deve a coloro, i quali son posti in calamità senza colpa; che si degnino, trovando qualche modo, o via di mitigare l'animo del Sommo Pontefice, essere mie protettrici, ch'io non posso stimare l'auttorità loro, et la natural bontà di Nostro Sig.re con l'innocentia mia, non debbiano spezzar la durezza, che nell'animo di Sua Santità hanno edificata le labbra inique, et le lingue dolose de' miei avversarij.
[14] Et io per recuperar la gratia di quella, non recusarò sorte alcuna di sommissione, o ancor di pena sopportabile. Et se pure io non meriterò di ottener da lei misericordia; degninsi almeno le Signorie Vostre Reverendissime favorirmi tacitamente con gli animi, et pensieri loro, et raccomandarmi con efficacia alla infallibil bontà, et giustitia di Dio. [15] Et se li miei successi saran prosperi, com'io spero, riconoscerò lo stato, et la vita dalle Sig.rie Vostre Reverendissime, con opinione, che la Maestà divina habbia esaudito i loro giusti desiderij, et per li loro meriti mi habbia havuto in protettione. [16] Et così parimente se le mie picciole forze non saranno oppresse dal gran cumulo della potentia di Nostro Sig.re, accompagnata dall'arme spirituali, et da quelle di tanti altri Prìncipi, sarà miracolo espresso et buon testimonio, che la sententia di Dio non s'accorda con quella di sua Santità, et che l'innocentia, condannata da gli huomini in terra, da maggiore, et più giusto giudice è assoluta in Cielo.
Et alle Sig.rie Vostre R.me humilmente baciando le mani, di continuo in buona gratia mi raccomando.
Di Vostre Ill.me et R.me S.rie
Humiliss.mo Ser.re
Franc.o Maria Della Rovere

Copia a stampa. ?Ruscelli 1562?

Francesco Maria della Rovere è mittente e firmatario, la missiva è però del Castiglione che fu, per questo testo, "cancelliere illustre" del Duca