Lettere di Baldassarre Castiglione - parte prima
(1497-1513)

Il primo corpus di lettere di Baldassar Castiglione è composto da 270 testi di cui 257 autografi, 11 di mano dei cancellieri al suo servizio (lett. 162-167, 169, 186, 229-231) e due lettere (268 e 270) tratte rispettivamente da una copia tarda a stampa e da un'edizione novecentesca tradita da un ms. oggi irreperibile.

Scritte dal 1497 al 1513, testimoniano gli anni di formazione del giovane nobile mantovano, caratterizzati, a partire dal 1506, dalla esperienza di cortigiano presso la corte urbinate di Guidubaldo di Montefeltro e poi di Francesco Maria Della Rovere, ambientazione e cornice del dialogo.

Le missive sono in gran parte indirizzate alla madre Aloisia Gonzaga: il giovane Baldassarre racconta la vita intellettuale e mondana delle corti d'Italia da lui frequentate per la prima volta, le imprese della vita militare, si informa sulla sempre più lontana realtà, familiare e domestica, mantovana (continue le richieste alla madre di denari, di abiti, vivande e bevande, di cavalli e di armi).

Tra i parenti, oltre alla madre, una missiva è indirizzata alla sorella Polissena Castiglione Boschetto (235), due ai cognati Iacomo Boschetto (2) e Tommaso Strozzi (236). Molti i destinatari illustri: Luigi XII re di Francia (240), il marchese Francesco II Gonzaga (4, 5, 7, 9, 17, 18, 69, 73, 76, 103, 104, 242), Francesco Maria della Rovere (269, 270), il cardinale Ippolito D'Este (lett. 13, 112, 113, 115, 120); e tra gli amici l'umanista Girolamo Gradi (10), Mario Fiera (1), Enea Furlani da Gonzaga (3, 12) e Ludovico di Canossa (268).

Di particolare interesse la lettera al cognato Boschetto (datata 8 ottobre 1499), cavaliere e gentiluomo di camera del marchese di Mantova, in cui è descritta l'entrata a Milano del re di Francia, giunto in Lombardia nel settembre del 1499: il giovane mantovano elenca i presenti (tra cui spicca il galante Cesare Borgia), descrive la parata e il cerimoniale.

La missiva a Ludovico di Canossa, diplomatico tra i più accreditati del tempo e protagonista del dialogo del Cortegiano, è un resoconto della messa in scena urbinate della Calandra, commedia tra le più felici del teatro rinascimentale italiano, scritta dall'amico comune Bernardo Dovizi da Bibbiena.

Oltre all'importanza storica e letteraria, questa sezione dell'epistolario è una preziosa testimonianza della scrittura dell'autore avanti il Cortegiano, e quindi della lingua scritta dell'uso, colta ma non letteraria, cortigiana di area lombarda; e permette, con i sistemi di interrogazione disponibili, di riconoscere incertezze e preferenze linguistiche che si riproporranno, a partire dal 1514, in una continuità discreta tra epistolario e opera letteraria.

I testi trascritti, tranne la minuta al re di Francia (240) e le già citate 268, 270, sono missive originali, quindi realmente spedite da Castiglione e perlopiù ricevute dal destinatario. In soli due casi il conte mantovano indossa i panni di cancelliere illustre: la lettera scritta per conto della duchessa Elisabetta Gonzaga di Montefeltro (176) a Ludovico Brognolo e quella per Francesco Maria Della Rovere (242) al marchese di Mantova, conservate nell'Archivio Gonzaga dell'Archivio di Stato di Mantova.

Le lettere indirizzate alla madre sono invece conservate presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, nel ms. Vat. Lat. 8210; nello stesso codice quelle al Boschetto, alla sorella e allo Strozzi. Altre cinque missive alla madre (19, 24, 110, 130, 261) si trovano a Bergamo nella Sezione Manoscritti della Biblioteca Civica Angelo Mai e pervenute a Bergamo dal fondo dell'abate Pierantonio Serassi che pubblicò, tra il 1769 e il 1771, ben 112 testi (Padova, Comino).

Presso l'Archivio di Stato di Mantova si conservano quattordici lettere originali inviate al marchese (sette conservate nella sezione della corrispondenza interna, cioè Mantova e paesi dello stato, sei nella sezione della corrispondenza estera, una, la 103, è invece nella sezione Autografi, riservata a missive di personaggi di rilevanza storica e letteraria); e le altre due per gli amici Mario Fiera ed Enea Furlani.

Sempre a Mantova, ma alla Biblioteca Teresiana, si trova la lettera 9 che insieme alla 5 e alla 7 fu firmata con Francesco Tosabezzi e indirizzata al marchese.

L'Archivio di Stato di Modena, nel fondo Archivio Estense, conserva le cinque lettere di Castiglione all'amico cardinale Ippolito D'Este.

In Croazia, presso l'Archivio Storico di Dubrovnik, è custodito l'originale della lettera 10 a Gerolamo Gradi, edita da Vittore Branca (Baldassar Castiglione e Girolamo Gradi umanista raguseo, in The Ttwo Hesperias. Literary Studies in honor of Joseph G. Fucilla on the occasion of his 80th birthday, a cura di Americo Bugliani, Madrid, Porrúa Turanzas, 1978, pp. 101-108) poco dopo l'edizione del primo volume delle carteggio curato da La Rocca (Baldassar Castiglione, Le lettere, a cura di Guido La Rocca, Milano, Mondadori, 1978).

La 269, indirizzata a Francesco Maria Della Rovere, è nell'Archivio di Stato di Firenze, mentre la 240, a Luigi XII, è conservata dagli eredi presso l'Archivio Privato Castiglioni. Il testo edito da Dionigi Atanagi, a Venezia nel 1561 per i tipi di Zaltieri è l'unico testimone reperito della lettera 268, quella al Canossa.

Infine per la lett. 270 si fornisce, adeguatamente aggiornato ai nuovi criteri, il testo edito da La Rocca e tratto dalla trascrizione di Giulio Grimaldi, apparsa nella rubrica Briciole erudite della rivista «Le Marche» del 1902: allo studioso fu concesso da Carlo Albani di trarre copia dall'originale, oggi irreperibile ma allora conservato nel il Palazzo Albani di Urbino.

Di ciascun testo si fornisce la sede di conservazione e la collocazione archivistica, nonché la sua natura testuale (se si tratta quindi di una missiva originale, autografa o cancelleresca, copia tarda, stampa ecc.).

Le lettere sono state divise in paragrafi seguendo, per quanto possibile, la partizione testuale dell'originale. Sono stati inoltre messi in evidenza gli elementi strutturali di apertura e chiusura del messaggio, costantemente riconoscibili per segnalare al destinatario il punto di accesso alla lettura e il congedo.

Si indica la fine della facciata, o della carta, con due lineette verticali quando l'indirizzo non è in calce alla lettera ma nel verso o in un'altro foglio che accompagnava quello col testo della missiva.

I criteri di edizione seguono un principio di conservazione della maggior parte degli usi dell'autore. Gli accenti, frequenti ma non sistematici, sono stati uniformati e in particolare: si segna sulle parole piane per distinguerle dagli omografi (cominciòno), sulle forme del futuro anche con enclisi (mandaròlla) e negli altri casi di ambiguità (tòrre);

gli apostrofi segnalano, oltre alle forme apocopate (dapo', mo'), la caduta sintattica della consonante (de' francesi, a' piedi) o della vocale dell'articolo (l'altra, un'altra, l'animo), del pronome (soggetto Creddo che l'habbia hauto dopoi altre mie per Ferrando e oggetto [una lettera] l'ha persa).

La punteggiatura di Castiglione è molto attenta e si è cercato di seguirla integralmente: il segno suo principale è il doppio punto sovrapposto (:) che è stato sostituito, dove necessario, con la virgola o il punto fermo.

Nell'indicazione finale del luogo e della data, dopo il toponimo è stata inserita sempre una virgola mentre si è preferito omettere l'eventuale punto negli indirizzi; il discorso diretto è reso con le doppie virgolette uncinate.

Uniformati all'uso odierno i nomi comuni e i propri, sempre maiuscoli i titoli di dignità. Quindi al minuscolo i nomi di popoli (fiorentini, ma S.ri Fiorentini perché rappresentanti della repubblica del Soderini) e di luoghi generici se pur ricorrenti (corte, campo, concistorio, castello anche se riferito, come nella seconda lettera, a quello di Milano).

Per le unioni e separazioni di parole, si staccano le preposizioni articolate non raddoppiate (dela, ala diventano de la e a la). Seguono invece la grafia fin che/finché, ben che/benché, pur che/purché, a ciò/acciò, in vero/invero, infine/in fine; sempre unito perché.

Per i tipi chel (o chl, con segno superiore su h), e sel seguiti da consonante (chel serà) e da vocale (chel anderà, simile a del andar), si è preferito separare in ch'el e s'el cercando così di rendere il valore storico-grammaticale dell'articolo e pronome el (con probabile prostesi di e), assai diffuso nella koinè settentrionale e in gran parte dell'italiano scritto del tempo di contro al più raro e letterario il.

L'apostrofo per l'aferesi prima di l e n, separa le consonanti dalle vocali o (nol metto > no'l metto), da e (nel panno > né 'l panno, el no > e 'l no), da i (lintorno > lì 'ntorno).

Non si completano: le abbreviazioni espresse da punto (Duche. per Duchessa); le parole abbreviate con finale, nell'originale, ad apice (Ill.mo per Illustrissimo, inst.m.o per instrumento). Si completano invece le abbreviazioni espresse da segno superiore, tanto in corpo di parola (mre > matre), quanto finali, per -n (i > in, co > con), duc più segno diventa ducati e pp.a diventa propria.

Roberto Vetrugno

Edizione a cura di: Guido La Rocca (trascrizione), Umberto Morando (revisione della trascrizione), Matteo Poletti (revisione della trascrizione), Angelo Stella (revisione della trascrizione), Roberto Vetrugno (revisione della trascrizione, codifica AITER)

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