268. Castiglione, Baldassarre a di Canossa, Ludovico

Urbino (PU), post 13 febbraio 1513 - ante 21 febbraio 1513

Reverendiss. Monsignor mio. [1] Già molti dì sono ch'io hebbi una di V. S. alla quale non ho prima dato risposta, per vedere se la voleva essere mia creditrice di più che d'una lettera: al fine mi sono risoluto, che V. S. mi vince. [2] Et rispondendo dico che non mi raccorda bene quando fu precise ch'io gli diedi li cento ducati da mandare a Napoli, ma so che fu quando le Signore Duchesse nostre si partiron da Roma, e ch'io restai dopo le lor Signorie, credo, diece o dodici dì, per andar io stesso a Napoli. [3] E deliberando poi non andare, diedi quelli denari a V. Sig., e me ne venni ad Urbino col Cardinale di Pavia. Quella potrà mo' vedere il tutto.
[4] Io mando la mia Elegia marina: la quale capiterà in mano a M. Pietro Bembo. Prego V. S. si degni vederla, et avvisarmi del giudicio suo. Io non so ciò che la si meriti: so ben che la non potrà mai rispondere a tanta aspettatione et alla bontà che la meritaria, per haver tanto tardato. V. S. conosce per quanti capi io mi potrei escusare.
[5] Le nostre Comedie sono ite bene, massime il Calandro: il quale è stato honoratissimo d'un bello apparato. Non piglio fatica di scriverlo, perché l'harà V. S. inteso da molti che l'hanno visto: pur dirò questo poco. [6] La scena era finta una contrada ultima tra il muro della terra, e l'ultime case. Dal palco in terra era finto naturalissimo il muro della città con dui torrioni, da' capi della sala: su l'uno stavano li pifari, su l'altro i trombetti: nel mezzo era pur un altro fianco di bella foggia. La sala veniva a restare, come il fosso della terra, traversata da dui muri, come sostegni d'acqua. [7] Dalla banda dove erano li gradi da sedere, era ornato delli panni di Troia: sopra li quali era un cornigione grande di rilevo, et in esso lettere grandi bianche nel campo azzurro, che fornivano tutta quella mità della sala. E dicevano così:
BELLA FORIS, LUDOSQUE DOMI EXERCEBAT ET IPSE
CAESAR: MAGNI ETENIM EST UTRAQUE CURA ANIMI.
[8] Al cielo della sala erano attaccati pallottoni grandissimi di verdura: tanto che quasi coprivano la volta, dalla quale ancor pendeano fili di ferro per quelli fori delle rose che sono in detta volta. E questi fili tenevano dui ordini di candelabri da un capo all'altro della sala, che erano tredici lettere, perché tanti sono li fori, che erano in questo modo:
DELICIÆ POPULI
[9] Et erano queste lettere tanto grandi, che sopra ciascuna stavano da sette fin in diece torce: tanto che facevano un lume grandissimo.
[10] La scena poi era finta una città bellissima, con le strade, palazzi, chiese, torri, strade vere: et ogni cosa di rilevo, ma aiutata ancora da bonissima pittura, e prospettiva bene intesa.
[11] Tra le altre cose ci era un tempio a otto facce di mezzo rilevo, tanto ben finito, che con tutte l'opere del stato d'Urbino, non saria possibile a credere che fosse fatto in quattro mesi: tutto lavorato di stucco, con historie bellissime, finte le finestre d'alabastro, tutti gli architravi e le cornici d'oro fino et azzurro oltramarino, et in certi lochi, vetri finti di gioie, che parevano verissime: figure intorno tonde finte di marmo, colonnette lavorate. Saria longo a dire ogni cosa. Questo era quasi nel mezzo.
[12] Da un de' capi era un arco triomphale, lontano dal muro ben una canna, fatto al possibil bene. Tra l'architravo et il vòlto dell'arco era finto di marmo, ma era pittura, la historia delli tre Horatij, bellissima. In due cappellette sopra li dui pilastri che sostengono l'arco, erano due figurette tutte tonde, due Vittorie con trophei in mano fatte di stucco. [13] In cima dell'arco era una figura equestre bellissima, tutta tonda, armata, con un bello atto, che ferìa con una hasta un nudo che gli era a' piedi: dall'un canto e dall'altro del cavallo erano dui come altaretti, sopra quali era a ciascuno un vaso di foco abondantissimo, che durò fin che durò la Comedia.
[14] Io non dico ogni cosa, perché credo V. S. l'harà inteso: né come una delle Comedie fosse composta da un fanciullo, recitata da fanciulli, che forse fecero vergogna alli provetti: e certissimo recitorno miracolosamente. [15] E fu pur troppo nova cosa, vedere vecchiettini longhi un palmo servare quella gravità, quelli gesti così severi, parasiti, et ciò che fece mai Menandro. Lasso ancor le musiche bizzarre di questa Comedia, tutte nascoste, et in diversi lochi, ma vengo al Calandro di Bernardo nostro, il quale è piaciuto estremamente. [16] Et perché il prologo suo venne molto tardi, né chi l'havea a recitare si confidava impararlo, ne fu recitato un mio: il quale piaceva assai a costoro. Del resto poi si mutorno poche cose, ma pur alcune scene, che forse non si potevano recitare: ma poco o niente, e lassòssi nel sito suo quasi totalmente.
[17] Le intromesse furono tali. La prima fu una moresca di Iason: il quale comparse nella scena da un capo ballando, armato all'antica, bello, con la spada et una targa bellissima. Dall'altro furon visti in un tratto dui tori, tanto simili al vero, che alcuni pensorno che fosser veri: che gittavano foco dalla bocca, etc. [18] A questi s'accostò il buon Iason, et feceli arare, posto loro il giogo e l'aratro. E poi seminò i denti del dracone: e nacquero a poco a poco del palco huomini armati all'antica, tanto bene, quanto credo io che si possa. [19] Et questi ballorno una fiera moresca, per ammazzar Iason: e poi, quando furno all'entrare, s'ammazzavano ad uno ad uno, ma non si vedeano morire. Dietro ad essi se n'entrò Iason: e subito uscì col vello d'oro alle spalle, ballando excellentissimamente. Et questo era il Moro, et questa fu la prima intromessa.
[20] La seconda fu un carro di Venere, bellissimo: sopra il quale essa sedea con una facella su la mano nuda. Il carro era tirato da due colombe, che certo pareano vive, et sopra esse cavalcavano dui Amorini con le loro facelle accese in mano, et gli archi et turcassi alle spalle. [21] Inanti al carro poi, quattro Amorini, et drieto quattro altri, pur con le facelle accese al medesimo modo: ballando una moresca intorno, et battendo con le facelle accese. Questi, giungendo al fin del palco, infocorno una porta: dalla quale in un tratto uscirno nove Galanti tutti affocati, et ballorno un'altra bellissima moresca al possibile.
[22] La terza fu un carro di Nettunno, tirato da dui mezzi cavalli, con le pinne e squamme da pesci, ma benissimo fatti: in cima il Nettunno, col tridente etc. drieto otto mostri, ciò è quattro inanti et quattro dapoi, tanto ben fatti, ch'io non l'oso a dire, ballando un brando, et il carro tutto pieno di foco. Questi mostri erano la più bizzarra cosa del mondo: ma non si può dire a chi non gli ha visti, come erano.
[23] La quarta fu un carro di Giunone pur tutto pieno di foco, et essa in cima, con una corona in testa et un scettro in mano: sedendo sopra una nube, e da essa tutto il carro circondato con infinite bocche di venti. Il carro era tirato da duo pavoni tanto belli, et tanto naturali, ch'io stesso non sapea come fosse possibile: e pur gli havevo visti, et fatti fare. [24] Inanti due aquile, et due struzzi: drieto dui uccelli marini, e dui gran papagalli di quelli tanto macchiati di diversi colori. Et tutti questi erano tanto ben fatti, Monsignor mio, che certo non credo che mai più si sia finto cosa così simile al vero: e tutti questi uccelli ballavano ancor loro un brando, con tanta gratia quanto sia possibile a dire, né imaginare.
[25] Finita poi la Comedia, nacque sul palco all'improviso un Amorino di quelli primi, e nel medesmo habito: il quale dichiarò con alcune poche stanze la significatione delle intromesse, che era una cosa continuata e separata dalla Comedia. [26] E questa era: che prima fu la battaglia di quelli fratelli terrigeni, come hor veggiamo che le guerra sono in essere, e tra li propinqui, e quelli che dovriano far pace. Et in questo si valse della favola di Iason. [27] Dipoi venne Amore: il quale del suo santo foco accese prima gli huomini e la terra, poi il mare e l'aria, per cacciare la guerra e la discordia, et unire il mondo di concordia. Questo fu più presto speranza et augurio: ma quello delle guerre, fu pur troppo vero, per nostra disgratia.
[28] Le stanze che disse l'Amorino, non pensavo già mandarle: pur le mando. V. S. ne faccia ciò che le pare: furon fatte molto in fretta, e da chi havea da combattere e con pittori e con maestri di legnami e recitatori e musici e moreschieri.
[29] Dette le stanze e sparuto l'Amorino, s'udì una musica nascosa di quattro viole, e poi quattro voci con le viole, che cantorno una stanza con un bello aere di musica, quasi una oratione ad amore. Et così fu finita la festa, con grandissima satisfattione, e piacere di chi la vidde.
[30] S'io non havessi tanto laudato il progresso di questa cosa, direi pur quella parte ch'io ce n'ho: ma non vorrei che V. S. mi estimasse adulator di me stesso. Seria troppo buono poter attendere a queste cose, e lassar li fastidij. Dio ce lo conceda.
[31] Io ho scritto molto più lunga lettera che non mi pensava, et forse che non ho fatto da un anno in qua. V. S. non pensi già per questo ch'io sia diventato buon cancelliero, che certo sono stracchissimo: et appena posso dire che Madonna Margarita nostra, essendosi concluso parentato tra S. Signoria et un Conte da Correggio, nobile, giovane, bello, ricco […]

Copia tarda a stampa. De le lettere facete e piacevoli di diversi grandi huomini et chiari ingegni, Libro Primo, Raccolte per Dionigi Atanagi, Venezia, Zaltieri, MDLXI, p. 179